Il primo importante impulso allo sfruttamento dei campi della Pianura Padana risale al secondo dopoguerra e fu costruito sulla sommità dell’Agip. Il legame tra l’Unione Sovietica e il campo energetico risale all’epoca in cui le Sette sorelle americane governavano il mondo. Non siamo l’unico Paese europeo ad importare molto gas da Mosca, ma ne consumiamo di più. Consumiamo circa un terzo del nostro fabbisogno energetico totale tra produzione di elettricità, riscaldamento e cogenerazione. La maggior parte del gas importato è andato ai nostri tre rigassificatori allo stato liquido, principalmente dagli Stati Uniti e dall’Algeria. La Russia si è alternata all’Algeria in testa alla classifica delle esportazioni di gas verso il nostro Paese. L’importatore e l’esportatore concordano una quota minima di gas che sarà trasferita ogni anno, se l’importatore non prende il gas che hanno promesso di acquistare. Oggi convivono mercato spot e contratti take or pay a lungo termine, ma questi ultimi hanno iniziato ad essere sempre più legati al prezzo spot del gas. In questo modo si spiega, oltre alla capacità produttiva dei giacimenti, il sorpasso delle importazioni russe su quelle algerine negli ultimi anni. Negli ultimi anni i russi hanno immesso sul mercato spot volumi di gas, oltre a contratti a lungo termine. Il momento opportuno per l’Europa per far dipendere la sua politica energetica da logiche commerciali piuttosto che politiche è stato dopo l’ascesa al potere di Putin. Agli Stati Uniti non è mai piaciuta la dipendenza dei paesi europei dal petrolio e dal gas russi. Il South Stream doveva essere posato sul fondo del Mar Nero per raggiungere l’Italia e altri paesi. Alla presenza di Berlusconi e Putin, Scaroni e il suo omologo hanno firmato un nuovo accordo per aumentare la capacità del gasdotto. Oggi dipendiamo maggiormente dal gas russo se fosse stato costruito il South Stream. Quando si è chiusa la porta al nucleare, altri fattori avrebbero potuto rendere la nostra politica energetica meno dipendente dalla Russia. L’aumento della produzione interna di gas, la costruzione di nuovi rigassificatori e il potenziamento delle linee gas esistenti sono alcune delle soluzioni sul tavolo per liberarci dal gas russo. Tra il 1994 e il 1996 l’Italia ha superato una produzione annua di 20 miliardi di metri cubi di gas, ma nel 2020 era scesa a 3,8 miliardi e nel 2021 era scesa a 3,3 miliardi. In Italia vige il divieto di perforazione entro 12 miglia dalla costa dopo l’incidente del pozzo Macondo nel Golfo del Messico. Nel 2016 ci sarà il referendum contro la norma che il governo Renzi voleva estendere la durata delle concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia fino ad esaurimento dei giacimenti. Nel caso dell’impianto di rigassificazione che British Gas voleva realizzare a Brindisi, per un’indagine, diversi altri progetti erano sul tavolo quindici anni fa, ma non sono andati a buon fine per ritardi burocratici e l’opposizione delle popolazioni locali. “L’interesse opposto di Eni ha pesato su alcuni progetti, che all’epoca sarebbero stati danneggiati da un grande afflusso di gas in concorrenza con quello importato dall’azienda, soprattutto tramite tubazioni”. La situazione sarebbe probabilmente diversa ora che il gruppo è diventato un importante fornitore internazionale di gas naturale liquido. Il gas russo è stato storicamente più economico. Su una capacità totale di 15,3 miliardi di metri cubi di gas naturale liquido, nel 2021 ne sono stati importati solo 9,8 miliardi. La costruzione del TAP, una linea del gas che attraversa l’Adriatico fino alla Puglia, è stata osteggiata da molte persone. Franco Bernabé, primo amministratore delegato di Eni negli anni ’90 dopo la trasformazione in spa, è sospettato di essere coinvolto in un progetto fortemente osteggiato da Mosca.

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